Il Circolo Ufficiali di Lugano si è materializzato nel palazzo di vetro e cemento di Delta Zero, a Paradiso. Fuori il lago, dentro la domanda: cosa resta dell’Europa.
Due relatori. Stefano De Angelis Effrem, analisi di scenario. Andrea Muratore, giornalista di Inside Over, geopolitica economica. Il pubblico era svizzero, circondato dall’Europa su tutti i lati, ma fuori. Questa asimmetria ha dato alla serata una prospettiva che raramente si trova nei dibattiti interni al continente.
La macchina che non decide
L’UE è stata progettata per non decidere. O meglio, è stata costruita nei primi anni Novanta, il paradigma della fine della storia, quando si credeva che non ci fosse più nulla di urgente da decidere. I mercati avrebbero regolato, le regole di bilancio avrebbero convergito, la pace sarebbe durata per inerzia.
L’architettura barocca che ne è uscita è un sistema di bilanciamenti che funziona benissimo quando il mondo è stabile e pessimamente quando richiede scelte nette. Il Parlamento Europeo è l’unico parlamento al mondo senza potere di iniziativa legislativa autonoma. La Commissione non firma atti a nome del suo presidente: firma collegialmente, diluendo ogni responsabilità. Le decisioni rilevanti passano attraverso migliaia di pagine di regolamenti tecnici dove conta chi ha la resistenza burocratica più lunga.
Come ha detto Muratore: “Non è l’Europa dei burocrati. È l’Europa che non ha voluto fare scelte politiche.”
Palantir e il GDPR
De Angelis Effrem ha mostrato un video del CEO di Palantir, azienda che lavora per i principali servizi segreti occidentali e si candida a gestire l’informazione decisionale globale. Il tono era quello di chi non chiede più permesso: “We run things. Give up the illusion.” Provocatorio, forse performativo. Ma indicativo di dove si è spostato il baricentro del potere reale.
Muratore ha ricordato che nel 2016 l’Europa fu avanguardia globale nella protezione dei dati con il GDPR. È vero. Ma nessuno dei due ha citato l’AI Act del 2025, il tentativo europeo di regolamentare l’intelligenza artificiale. Peccato, perché quella citazione avrebbe chiuso il cerchio perfettamente: l’Europa sa regolamentare ciò che altri costruiscono. È abile a normare le azioni altrui. Il problema è che le azioni restano altrui.
L’energia come verdetto
L’industria europea paga l’energia il doppio di quella cinese e il 30% in più di quella americana. La dipendenza dal gas russo è stata sostituita con dipendenza dal GNL americano a cinque volte il prezzo. Muratore, senza diplomazia: “la storia di una fregatura fatta a un continente che sceglie di farsi fregare consapevolmente.”
L’industria chimica europea ha perso il 25% del fatturato in due anni. Stellantis taglia 800.000 unità produttive entro il 2030. Trecentomila PMI italiane a rischio. Un continente manifatturiero che paga l’energia il doppio dei competitor non regge, indipendentemente da chi tifare tra Mosca e Washington.
La domanda svizzera
Il momento più acuto della serata è stato l’inversione di prospettiva. Muratore, europeista convinto, tiene a dirlo, ha sconsigliato alla Svizzera di aderire all’UE allo stato attuale. Non per antieuropeismo, ma perché la Svizzera possiede già quello che l’Europa vorrebbe essere: democrazia diretta con responsabilità reale del cittadino, 250 organizzazioni internazionali sul territorio, neutralità come strumento diplomatico attivo.
“L’Europa dovrebbe guardare più alla Svizzera di quanto la Svizzera debba guardare all’Unione Europea.” Il modello svizzero, sussidiarietà, collegialità, tutela delle minoranze, è esattamente l’architettura che servirebbe a Bruxelles per uscire dalla paralisi. Invece è Bruxelles che chiede adesione, e Berna che si affretta ad adeguarsi alle sanzioni per primo riflesso condizionato.
L’Europa sa fare le regole. Le scrive bene, in migliaia di pagine, con precisione ammirevole. Il problema è che le scrive su tecnologie che non ha inventato, su dati che non controlla, su infrastrutture che non possiede.
Il risultato è un ambiente ideale per la sperimentazione burocratica: un laboratorio dove si affina continuamente la norma, si aggiusta il regolamento, si aggiunge il comma. Ma la burocrazia, per sua natura, non elimina le frizioni, le gestisce. E nel paradigma contemporaneo, fatto di velocità di decisione, concentrazione di capitale e proiezione di potenza tecnologica, le frizioni che l’Europa non riesce a eliminare sono esattamente quelle che la tengono ferma. Non è un difetto di esecuzione. È un difetto di architettura: una struttura pensata per amministrare la stabilità non può, per quanto si perfezioni, produrre la dinamicità che servirebbe. Si può normare l’intelligenza artificiale altrui. Ma ci si può davvero normare dentro la storia?
