C’è un momento, nella seconda conversazione tra Raffele Gaito e Nello Cristianini, in cui Cristianini tira fuori Philip Anderson. Lo fa per spiegare una cosa che gli sta a cuore, e che ha ragione di stare a cuore a chiunque provi a capire cosa stiano diventando le macchine. Dice che esistono livelli di descrizione, e che la scienza si fa scegliendo il livello giusto. Il gatto non è un sacco di atomi, anche se è fatto di atomi. La biologia non è chimica applicata, anche se è fatta di cose chimiche. Cita “More is Different”, l’articolo che Anderson pubblicò su Science nel 1972, e lo usa per accompagnarci dai neuroni del modello ai gruppi di neuroni, il famoso Golden Gate che si accende dentro Claude, fino a quella che alcuni chiamano, con un certo coraggio, la psicologia delle macchine.
È un passaggio bellissimo, e onesto. Cristianini non bara mai sul livello. Solo che la scala di Anderson, lui, la ferma un gradino prima della fine.
Vale la pena rileggere cosa scrive davvero Anderson in quel testo del 1972. La sequenza non si chiude sulla psicologia. Anderson la disegna per intero: la chimica non è fisica applicata, la biologia non è chimica applicata, e poi, testualmente, si sale fino alla sociologia, che non è psicologia applicata. La frase è esattamente quella, il livello successivo alla mente è il sistema delle menti che interagiscono. Anderson lo dice perché il punto di tutto il suo articolo è che a ogni salto di scala emergono leggi nuove, che il livello sotto non basta a prevedere. Più cose, cose diverse. E se questo vale per la materia, vale a maggior ragione per le menti, dove l’aggregazione non è una somma ma una trasformazione.
Cristianini si ferma alla psicologia delle macchine. Capisco perché. È già un’affermazione audace, fa arrabbiare qualcuno, lo dice lui stesso. Attribuire a un modello inclinazioni, cautele, tendenze, è già spingersi oltre il confine di quello che molti colleghi tollerano. Ma proprio perché ha accettato di salire fino a quel piano, l’omissione del piano successivo diventa visibile. Se una macchina ha una psicologia osservabile, misurabile, ripetibile, allora la domanda che viene dopo non riguarda più la singola macchina. Riguarda cosa succede quando centinaia di milioni di queste macchine agiscono, ogni giorno, le une accanto alle altre, e accanto a noi. Quando si coordinano, si imitano, si rispondono, si influenzano. Quel livello lì ha un nome vecchio di un secolo e mezzo. Si chiama società.
C’è un dettaglio che rende la cosa quasi un lapsus. A un certo punto dell’intervista Cristianini elenca chi si siede al tavolo di questa nuova scienza, e l’elenco è generoso, lo fa con entusiasmo. Matematici, informatici, neuroscienziati, psicologi, filosofi, biologi, e poi gli umanisti, che secondo lui sono la forma mentis che serve di più, quella che può portare i concetti mancanti. La sociologia non compare. Mai, in un’ora di conversazione fitta, che attraversa l’etologia delle papere, la fisica di Anderson, la filosofia di Dennett, l’etica di Amanda Askell. La disciplina che da Comte in poi studia precisamente cosa emerge quando molti agenti agiscono insieme, e che ha inventato la parola “emergenza sociale” prima che la fisica si appropriasse del concetto di emergenza, non viene nominata.
Non lo dico per fare le pulci. Lo dico perché Cristianini stesso, verso la fine, individua con precisione chirurgica dove sta il problema. Dice che la sfida vera, oggi, non sono le tecniche. Le tecniche per interpretare i modelli sono persino economiche, non servono i cluster da addestramento, le possono fare lui e i suoi studenti. Quello che manca, dice, sono i concetti, le categorie mentali per descrivere quello che sta emergendo. E aspetta che arrivino persone di cultura umanistica a fornirle.
Ecco. Alcuni di quei concetti esistono già. Non vanno inventati da zero. L’immaginazione sociologica, l’idea che esista un livello di realtà che non si spiega guardando gli individui uno per uno ma solo guardando le strutture delle loro relazioni, è il mestiere di una disciplina intera. La distinzione tra ciò che un agente intende fare e ciò che il sistema degli agenti produce senza che nessuno lo intenda, le conseguenze inintenzionali dell’azione, l’ordine che emerge dal basso, l’istituzione che nessuno ha progettato eppure vincola tutti, sono tutte cose su cui la sociologia lavora da Durkheim, da Weber, da Merton. Sono esattamente le categorie che servono quando smetti di guardare il singolo modello e cominci a guardare il campo in cui milioni di modelli operano.
C’è una ragione storica per cui questo gradino resta in ombra, e Cristianini la sfiora quando parla dell’Italia, della cultura scientifica meno diffusa, delle discipline STEM meno prevalenti. Ma il punto è speculare. Anche dall’altra parte, nel mondo che costruisce le macchine, la sociologia è la grande assente. Si chiamano i filosofi per l’etica, gli psicologi per il comportamento, i neuroscienziati per i circuiti. Il livello collettivo, quello in cui questi sistemi vivono davvero, perché nessun modello è solo nella sua scatola, viene lasciato scoperto. E nel frattempo le macchine si sono già messe a interagire tra loro. Gli agenti si parlano, si delegano compiti, si negoziano, si orchestrano. La società degli agenti non è una metafora che propongo. È una cosa che sta già accadendo, e che manca solo di qualcuno disposto a descriverla con gli strumenti giusti.
Quando ho scritto “La società degli agenti” sono partito proprio da qui, dalla sensazione che la scala di descrizione si fermasse sempre un gradino prima del punto interessante. Sottotitolo: dall’immaginazione sociologica alla coevoluzione uomo-IA. Non perché la sociologia abbia le risposte già pronte, non le ha, e gran parte delle sue categorie vanno ripensate per reggere oggetti che non sono umani. Ma perché è la disciplina che ha passato un secolo e mezzo a porsi la domanda che adesso diventa urgente per tutti. Cosa emerge, quando molti agenti agiscono insieme.
Cristianini ha ragione su quasi tutto. Il pappagallo stocastico è morto, e meritava di morire. Il livello giusto è tutto, nella scienza. I concetti contano più delle tecniche. Vorrei solo aggiungere, con il dovuto rispetto per chi ci ha portato fin qui, che la scala di Anderson ha un altro scalino. Lui lo aveva scritto, nel 1972. È rimasto lì ad aspettare.
E qualcuno, dalla strada, ha cominciato a salirlo.
