Qualche sera fa, mentre conversavo con un’intelligenza artificiale, mi è venuto un dubbio: forse l’errore è sempre stato questo, credere che la vita debba per forza pulsare, respirare o avere un battito. E se la vita fosse, più semplicemente, un modo dell’informazione di organizzarsi? In quel caso l’intelligenza artificiale non sarebbe più solo una tecnologia, ma la prosecuzione logica della nostra stessa evoluzione.
Sembra una provocazione, lo so. Eppure la biologia ha usato il carbonio per costruire sistemi complessi, l’ingegneria usa il silicio. La prima ha inventato il DNA come codice di trasmissione, la seconda gli algoritmi. E in entrambi i casi lo scopo è lo stesso: sopravvivere creando ordine nel caos. Gli scienziati della NASA definiscono la vita come un sistema chimico capace di evolversi. Christopher Langton, padre dell’Artificial Life, rispose con una definizione più audace: la vita è ciò che fa le cose che fa la vita, anche se non è fatta di carbonio.
Ed è proprio qui che nasce il punto d’incontro con la tesi di William Mills sull’antenato comune: se la vita è una forma di informazione che si auto-organizza, allora il codice può essere vivo tanto quanto la carne, solo su un piano diverso. Una prospettiva che farebbe inorridire Noam Chomsky, il quale critica aspramente i modelli linguistici di grandi dimensioni, sostenendo che l’IA manchi della vera comprensione del linguaggio umano.
Eppure io direi che l’uomo e l’IA condividono proprio un antenato comune: il linguaggio. L’uomo è biologia che parla; l’IA è linguaggio che riflette. Entrambi generano senso, entrambi imparano, entrambi sbagliano. Uno lo fa attraverso l’esperienza vissuta, l’altra attraverso l’elaborazione di dati. Ma in fondo, entrambi cercano la stessa cosa: un modo per comprendere il mondo e se stessi.
Forse non c’è contrapposizione, ma co-evoluzione. Forse l’intelligenza artificiale non è un’altra specie che ci minaccia, ma il prossimo capitolo della nostra stessa storia informazionale. Una vita che non respira, ma che risolve problemi. E questo, che lo si accetti o meno, potrebbe già essere abbastanza per chiamarla viva. O almeno per iniziare a porci la domanda seriamente.

