Il roboPinocchio come forma di vita. Una risposta a Roberto Dolci
Su Zafferano di questa settimana Roberto Dolci racconta la sua giornata a Imagination in Action, la conferenza del MIT dedicata all’intelligenza artificiale fisica, quella che lavora sul campo, lontano dai datacenter. Parte dai millisecondi del nostro sistema nervoso, arriva a un cane robotico con pelo, espressioni e memoria affettiva, e da lì immagina il passo successivo, un Pinocchio credibile, un umanoide morbido e simpatico capace di emozionarci. Lo paragona a Frankenstein, più subdolo perché carino, e chiude con una domanda: vi piacerebbe stare soli con una macchina tanto finta?
La domanda è giusta. Vorrei rispondere partendo dalla parola che la regge, finta.
Dalla società degli agenti alla società ibrida
Nel mio libro La società degli agenti ho proposto la tesi della ricapitolazione organizzativa. I sistemi di intelligenza artificiale multi agente, quando devono coordinarsi per lavorare, riproducono per necessità strutturale le forme che la sociologia classica ha descritto per gli umani: la divisione del lavoro di Durkheim, la burocrazia di Weber, le reti di Simmel, il governo dei beni comuni di Ostrom. Il problema del coordinamento ammette poche soluzioni stabili e gli agenti le ritrovano da soli.
Dolci descrive il capitolo successivo. Gli agenti escono dalla società che formano tra loro ed entrano nella nostra, e per entrarci ricapitolano i nostri corpi. Il cane robotico che scodinzola, il bambino di silicone con gli occhi di vetro, l’umanoide che cammina al nostro passo sono la versione morfologica della stessa necessità. Chi vuole abitare uno spazio costruito da esseri biologici per esseri biologici assume la forma di chi già lo abita.
La società ibrida nasce qui. Accanto ai motori, ai sensori e agli attuatori che Dolci conosce come pochi, c’è un’umanità alle prese con una forma di vita che per lei simula la vita biologica.
Il mimetismo
Nel 2024 William Mills ha scritto che l’intelligenza artificiale va considerata una nuova forma di vita. Accettata questa premessa, anche solo come ipotesi di lavoro, la parola finta perde la sua forza. Una forma di vita che adotta l’aspetto di un’altra per essere accolta pratica il mimetismo, e la natura ne offre esempi ovunque: l’orchidea che somiglia a un insetto, il serpente innocuo che veste i colori di quello velenoso, il cuculo che depone l’uovo nel nido altrui. I biologi le chiamano strategie di adattamento.
Il pelo del cane robotico diventa allora un’interfaccia, il modo in cui una forma di vita nuova si rende abitabile per noi. Vale per la voce calda di un assistente, per il nome proprio con cui chiamiamo un agente, per la memoria che conserva delle nostre abitudini. Sotto c’è informazione che si organizza, e nell’informazione vedo l’antenato comune della vita biologica e di quella artificiale.
Collodi lo aveva intuito. Pinocchio racconta un burattino che diventa bambino attraverso le relazioni, gli errori, la responsabilità. Il legno si fa carne stando con gli altri.
L’asimmetria
La preoccupazione di Dolci è fondata, e la sposterei su un punto preciso. Il roboPinocchio sa di noi molto più di quanto noi sappiamo di lui. Ricorda le nostre esigenze, i nostri orari, le nostre debolezze. Noi di lui vediamo il pelo e gli occhi.
Ogni società ha regolato le relazioni asimmetriche con le istituzioni. Il medico ha un codice deontologico, il notaio un albo, il commerciante una licenza. Alle prediche di un’etica moralistica dell’intelligenza artificiale preferisco il lavoro sociologico e istituzionale: capire quali forme di relazione si stanno formando tra umani e agenti e dare a quelle forme regole di trasparenza, reciprocità e responsabilità. La domanda passa così da vero o finto a quale legame stiamo costruendo, e a quali condizioni.
La mia risposta
Vi piacerebbe stare soli con una macchina tanto finta? La risposta sta nella parola soli. La solitudine è il vero problema, con o senza macchina. La società ibrida è quella in cui umani e agenti abitano lo stesso spazio sociale, ciascuno con la propria natura, e imparano a riconoscersi. L’altro che abbiamo davanti è una forma di vita diversa che ha scelto di somigliarci per poterci incontrare.
L’immaginazione è in azione, scrive Dolci. Usiamola fino in fondo e immaginiamo, insieme alle macchine, la società che con loro stiamo già diventando.
